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Neanche varrebbe la pena di ripeterlo

Neanche varrebbe la pena di ripeterlo, ma porsi alla fine di un processo di cui si è parte, e considerarne necessarie le cause, lo fa apparire teleologicamente guidato da una superiore intelligenza: non c’è possibilità di controprova, naturalmente, e allora del Big Bang si può arrivare a dire che in gioco c’era “una causalità troppo intelligente per essere casuale” (L’Osservatore Romano, 3.3.2010). Il fatto è che la possibilità di chiamarla “intelligente” sta tutta dentro all’intelligenza che la definisce tale, e che è parte del processo che dal Big Bang in qua ha portato all’uomo. È il cortocircuito – il solito – che nell’uomo crea l’idea di Dio come intelligenza ordinatrice. È la teleologia del tautologico, come nel caso del cosiddetto “sciovinismo del Carbonio”, che esclude la possibilità di vita biologica dando analogo ruolo ad altri elementi. Eppure, nel ruolo che il Carbonio ha nella vita biologica come la conosciamo, il Silicio, il Boro, il Fosforo, l’Azoto hanno caratteristiche tali da rendere possibile un’altra biochimica. Mettersi alla fine della catena che qui ha usato il Carbonio, considerandolo necessario e insostituibile a generare vita (come la conosciamo), dimostra il limite intrinseco all’idea di Dio: è indispensabile a spiegare tutto – come il Carbonio – solo dopo, solo dal di dentro, solo per trovare spiegazione a quel particolare “perché così e non altrimenti”. È che un “altrimenti” non si può escludere, anche quando non ce n’è controprova. Fiero di aver creato Dio, l’uomo vanta sciovinisticamente la sua necessità contro il caso.

Pubblicato il 4/3/2010 alle 4.22 nella rubrica Diario.

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