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Segni di una rete che si lacera, forse

Il “caso Conte” è l’altra faccia del “caso Polverini” e del “caso Formigoni”.
Roberto Conte è un condannato in primo grado per concorso esterno in associazione camorristica e si ritrova in una delle liste collegate al Pdl nella tornata elettorale del 28-29 marzo, senza che l’abbiano voluto – a sentir loro – né Stefano Caldoro, candidato alla presidenza della Regione Campania per il cartello del centrodestra e affini, né Nicola Cosentino, che s’è mormorato fosse suo sostenitore per affettuosità di cosca, e Italo Bocchino, il vergine e adamantino Italo Bocchino, ne rifiuta addirittura i voti: “La candidatura di Conte in Campania è un caso di infiltrazione fraudolenta che va condannata politicamente e che deve essere attenzionato anche dalla magistratura. I voti dei suoi elettori, noi non li vogliamo” (il Riformista, 3.3.2010).
E tuttavia quei voti saranno mai scorporabili dall’esito elettorale? E come si può definire la mancanza di attenzione che l’ha portato a correre di fatto per il centrodestra e con il centrodestra? Nel prepararsi ad andare alle urne, cosa distrae il Pdl al punto da fargli commettere errori tanto ingenui, causa di tanti imbarazzi e, secondo alcuni, preoccupanti segnali di imminente sfacelo?

È che ha ragione Ernesto Galli della Loggia, forse. Forse siamo davanti a uno schieramento che si dimostra sempre più “somma di rissosi potentati locali riuniti intorno a figuranti di terz’ordine, rimasuglio delle oligarchie e dei quadri dei partiti di governo della prima Repubblica. E tra loro, mischiati alla rinfusa […], gente dai dubbi precedenti” (Corriere della Sera, 3.3.2010).
Nelle consuetudini della prima Repubblica erano proprio costoro ad essere delegati dal centro a raccogliere le firme necessarie per la presentazione dei simboli e dei candidati, a stabilire i collegamenti con le liste locali e, insomma, a dar ragione della loro presa sul territorio: quand’anche nella patente violazione delle norme, a cominciare da quelle di autoregolamentazione “etica” nella scelta dei propri rappresentanti locali e dei loro alleati, il raggiungimento del dettaglio tecnico che sanciva candidabilità ed eleggibilità erano la garanzia del consenso che i potentati locali offrivano al centro, e l’intera macchina reggeva su questa rete.
Erano figure semisconosciute e potentissime a costruire la trama entro la quale la violazione o l’aggiramento fraudolento della norma sono diventati “dettaglio burocratico”: da quando la burocrazia deve dar conto di se stessa a se stessa, è diventata odiosa innanzitutto ai burocrati, che la considerano cosa pesante e superflua. Dacché era legge, e a sentir loro che stabilivano il prezzo per aggirarla in virtù del favore clientelare.

Ma oggi il centro ha arrogato a sé buona parte del potere che genera consenso, e non l’ha ridistribuito in visibilità. I semisconosciuti potentissimi non pagano più solo per se stessi, ma spendono consenso che dalla periferia s’è spostato al centro. [Basti pensare all’impegno che il leader massimo spende in ogni competizione elettorale locale: se il nome di Silvio Berlusconi sta pure su una lista comunale del Pdl, e se in una lista civica collegata ci sta un delinquente, vince la crudele logica del “non poteva non sapere” – e lì tutto sta nel vedere se il delinquente riesce a non essere riconosciuto tale.]
Un consenso raccolto fuori e contro la norma è di fatto un furto di diritto, sicché quando si accusano i radicali di “cavillocrazia”, com’è stato nel “caso Polverini” e nel “caso Formigoni”, si rivela una incoercibile tendenza a considerare impossibile un’altro tipo di Repubblica diverso dalla prima.

Ora,
Ernesto Galli della Loggia scrive che “a partire dalla primavera dell’anno scorso si stanno ordendo a ripetizione intrighi, organizzando giochi e delazioni, quando non vere e proprie congiure, allo scopo di trovarsi pronti, con i collegamenti giusti, quando sarà giunto il momento, da molti dei cortigiani giudicato imminente, in cui [Silvio Berlusconi] sarà costretto in un modo o nell’altro a lasciare il potere” (ibidem).
Trovarsi firme fasulle sui moduli, arrivare tardi a presentare le liste, trovarsi in corsa insieme a un camorrista: segni di una rete che si lacera, almeno secondo l’autorevole parere del prestigioso editorialista del Corriere della Sera.

Pubblicato il 4/3/2010 alle 6.12 nella rubrica Diario.

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