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Manigoldi

“Il Consiglio dei Ministri – annuncia Roberto Maroni in conferenza stampa, alle 21,53 del 5.3.2010 – ha approvato un decreto legge di interpretazione autentica di alcune disposizioni del procedimento elettorale, e in particolare l’art. 9 e l’art. 10 della legge 17.2.1968, n. 108.
Tra poco vedremo cosa recitano, questi articoli, e cercheremo di capire se, e dove, siano stati interpretati male, e da chi. D’intanto prendiamo atto che quelle varate dal governo sarebbero “norme interpretative”. Infatti il signor ministro tiene a precisare: “Nessuna modifica alla legge elettorale, nessuna modifica alle procedure elettorali in corso, nessuna riapertura di termini, nessuna remissione in termini”.
Il decreto legge si sarebbe reso necessario – spiega – a fronte di “interpretazioni difformi che hanno creato situazioni contestate presso la giustizia amministrativa”, sicché s’è posta urgenza “di dover dare, così come prevede la Costituzione, un’interpretazione autentica e corretta delle norme di legge vigenti, senza modificarle – lo sottolineo – per consentire ai giudici del Tar, che nei prossimi giorni dovranno valutare il comportamento degli organi che hanno escluso alcune liste, di applicare la legge in modo corretto secondo l’interpretazione che il legislatore – in questo caso, il Governo – dà della stessa legge”. “Noi riteniamo – prosegue – che alcune di queste norme siano state interpretate in modo non corretto”, ma “non è il Governo che decide: «Queste liste rientrano»”: il decreto legge si limita a dare la corretta interpretazione di una legge che per 42 anni è stata male interpretata.

Già qui sorgono i primi dubbi. Innanzitutto: se è vero, infatti, che il potere di interpretazione di una legge non è riservato esclusivamente al giudice, né tanto meno è sottratto alla potestà normativa degli organi legislativi” (Corte Costituzionale, sent. 311/1995), è pur vero che “la funzione dell’interpretazione autentica è quella di chiarire il senso di norme preesistenti, ovvero di imporre una delle possibili varianti di senso compatibili con il tenore letterale” (Corte Costituzionale, sent. 397/1994), basta che “la scelta ermeneutica imposta dalla legge interpretativa rientri fra una della possibili varianti di senso del testo interpretato, cioè stabilisca un significato che ragionevolmente poteva essere ascritto alla legge anteriore (Corte Costituzionale, sent. 455/1992), ma non è ammesso che il ricorso da parte del legislatore a leggi di interpretazione autentica [sia] utilizzato per mascherare norme effettivamente innovative dotate di efficacia retroattiva, in quanto, così facendo, la legge interpretativa tradirebbe la funzione che le è propria” (Corte Costituzionale, sent. 397/1994).
In secondo luogo – e qui i dubbi investono l’intera filosofia costituzionale di questo centrodestra – c’è la solita questione della legiferazione per decretazione governativa, una tendenza – ma forse sarebbe meglio dire: una tentazione – che con Silvio Berlusconi è diventata abuso, anche stavolta col chiaro fine di sminuire fino a esautorare la funzione legislativa che la Costituzione affida al Parlamento
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Ma, poi, questo decreto interpreta o stravolge l’art. 9 e l’art. 10 della legge n. 108 del 17.2.1968? Su questi articoli opera una scelta ermeneutica compatibile coi limiti posti dalle deliberazioni della Corte Costituzionale o maschera un quid novum che retroattivamente li straccia? Vediamo come recitano letteralmente riguardo ai punti che in questi giorni hanno tanto fatto soffrire Renata Polverini, Roberto Formigoni e tutto il centrodestra.
Art. 9 (Liste dei candidati): “Le liste dei candidati per ogni collegio devono essere presentate alla cancelleria […] dalle ore 8 del trentesimo giorno alle ore 12 del ventinovesimo giorno antecedenti quelli della votazione; a tale scopo, per il periodo suddetto, la cancelleria del tribunale rimane aperta quotidianamente, compresi i giorni festivi, dalle ore 8 alle ore 20”. Quale ermeneutica può tradurre “entro le ore 12” con “quando cazzo pare e piace al Pdl”?
Ancora art. 9: “La firma degli elettori deve avvenire su apposito modulo recante il contrassegno di lista, il nome e cognome, il luogo e la data di nascita dei candidati, nonché il nome, cognome, luogo e data di nascita del sottoscrittore e deve essere autenticata da uno dei soggetti di cui all’art. 14 della legge 21 marzo 1990, n. 53; deve essere indicato il comune nelle cui liste l’elettore dichiara di essere iscritto. […] Di tutti i candidati deve essere indicato cognome, nome, luogo e data di nascita, e la relativa elencazione deve recare una numerazione progressiva secondo l’ordine di presentazione”. Tutto questo in quale altro modo può essere interpretato se non in quello letterale?
Art. 10 (Esame ed ammissione delle liste - Ricorsi contro l’eliminazione delle liste o di candidati): “L’Ufficio centrale circoscrizionale, entro ventiquattro ore dalla scadenza del termine stabilito per la presentazione delle liste dei candidati, verifica se le liste siano state presentate in termine [e] dichiara non valide le liste che non corrispondano a queste condizioni”. Quale “norma interpretativa” – quale “variante di senso compatibile con il tenore letterale” – può consentire la riammissione di una lista presentata con più del 30% di firme irregolari (per non dire false)?
No, questo decreto non interpreta, ma stravolge. Non è la prima volta, non sarà l’ultima, perché questo Governo non ha alcuna cultura del diritto: si tratta di manigoldi che hanno occupato il potere con l’inganno e lo mantengono con la prepotenza. 

Pubblicato il 6/3/2010 alle 4.51 nella rubrica Diario.

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