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Consiglio di Stato, Sez. VI - 28.12.2009, n. 8759

Se non posso cambiare la legge vigente che non mi torna comoda, ne faccio una che mi consenta di interpretarla a mio comodo. Anzi, per meglio dire: che costringa il magistrato a interpretarla nel modo che mi torni comodo.
Attenzione, però. Se è vero che al legislatore è data prerogativa di dettare norme interpretative, l’atto dell’interpretazione spetterà sempre al magistrato e non può essere dato per scontato che esso sia aderente alla lettera della norma interpretativa, per la semplice ragione che anche quella è soggetta – come ogni norma – all’atto interpretativo, che qui implica un effetto retroattivo, e sulla retroattività torna utile considerare ciò che il Consiglio di Stato ha recentemente stabilito (sez. VI - 28.12.2009, n. 8759), come consiglia un mio lettore, Antonino Cascone, che assai utilmente – e lo ringrazio – ne riporta:

La giurisdizione comune può verificare se, anche a prescindere dall’esplicita autoqualificazione, un precetto legislativo si riveli come effettivamente idoneo ad assolvere una funzione interpretativa, e cioè come disposizione che non ha significato autonomo, ma lo acquista solo nel collegamento e nell’integrazione con precedenti disposizioni di cui chiarisce il senso e la portata, ovvero se difetti in realtà, nel meccanismo legislativo, quella necessaria saldatura fra precetti normativi, l’uno attributivo di significato, l’altro oggetto di quell’attribuzione, essendo finalizzato, dunque, il rilevamento del giudice, in questa seconda ipotesi, non già alla denuncia, di per sé, di un abuso di interpretazione, bensì all’accertamento circa la reale natura dell’intervento del legislatore e gli effetti che ne conseguono in relazione ai diritti tutelati.
La qualificazione di una legge come atto di interpretazione autentica di preesistenti norme giuridiche non può fondarsi sul mero titolo del testo legislativo o sui lavori preparatori, ovvero sull’intenzione del legislatore in sé considerata, ma presuppone una particolare struttura della fattispecie normativa, per la quale la legge medesima, essendo rivolta ad imporre una data interpretazione di una precedente norma, con efficacia retroattiva, non è suscettibile di applicazione autonoma, ma si integra con la norma interpretata, nel senso che la disciplina da applicarsi ai singoli casi concreti deve essere desunta cumulativamente da quest’ultima e dalla norma interpretativa. Pertanto, non può riconoscersi natura interpretativa alla disposizione che, riformulando in modo più chiaro ed appropriato una norma preesistente, la abroghi e provveda a regolare per il futuro ed in modo autonomo la stessa materia.
Affinché una norma interpretativa (e quindi retroattiva) possa essere considerata costituzionalmente legittima, è necessario che la stessa si limiti a chiarire la portata applicativa di una disposizione precedente; non integri il precetto di quest’ultima e infine non adotti un’opzione ermeneutica non desumibile dall’ordinaria esegesi della stessa. Fermo restando che l’efficacia retroattiva della legge di interpretazione autentica è soggetta al limite del rispetto del principio dell’affidamento dei consociati alla certezza dell’ordinamento giuridico, con la conseguente illegittimità costituzionale di una disposizione interpretativa che indichi una soluzione ermeneutica non prevedibile rispetto a quella affermatasi nella prassi.

Non è detto, dunque, che il decreto scacazzato dal Governo debba trovare effetto sicuro, né che abbia i requisiti di costituzionalità che il Capo dello Stato ci assicura abbia. Insomma, nulla è sicuro a partire da questo decreto, men che meno che la norma possa essere piegata ad una opzione ermeneutica non desumibile dall’ordinaria esegesi della stessa”.

Pubblicato il 7/3/2010 alle 2.17 nella rubrica Diario.

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