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Il coniglio, la volpe e l'ermellino


“Non solo l’analogia diagnostica si logora,
ma si modifica durante la verifica”
Luciano Canfora, L’uso politico dei paradigmi storici


Chi vorrà mai mettere in dubbio che Bruno Vespa non sappia cosa dica, e non faccia attenzione al come? Bene, Bruno Vespa dice: “Tutto per bene, alla fine. Ma prima della quiete di ieri sera, la tempesta abbattutasi tra palazzo Chigi e Quirinale ha fatto intravedere scenari drammatici. Nelle ore che hanno preceduto e seguito il colloquio di mercoledì sera con il capo dello Stato, Silvio Berlusconi ha seriamente pensato di far saltare il tavolo. […] Berlusconi si è molto arrabbiato, minacciando il ricorso alla piazza. La serata si è conclusa male, ma nella giornata di ieri Napolitano si è dimostrato favorevole a trovare una soluzione” (Il Giornale di Sicilia, 6.3.2010).
Chi vorrà mai mettere in dubbio che Giampaolo Pansa non sia persona qualificata a spiegare cosa possano significare “ricorso alla piazza” e “scenari drammatici”? Bene, Giampaolo Pansa dice: “Se la confusione non verrà evitata, la situazione diventerà pessima. […] Milioni di elettori si sentiranno privati del diritto di votare. E tra questi milioni qualche migliaio certamente reagirà. Non certo con comunicati di protesta. Bensì con azioni più decise: scontri di piazza, aggressioni ai candidati dell’opposizione, assalti ai seggi elettorali” (Libero, 5.3.2010).
Dovremmo dedurne che Silvio Berlusconi abbia posto un ultimatum a Giorgio Napolitano: firma o golpe. La situazione sarebbe quella descritta da Alessandro Gilioli: “L’immagine di questo vecchio debole che resta sveglio tra gli arazzi per obbedire a chi è più potente di lui ha trasmesso meglio di ogni altro particolare il segnale di un potere che si è fatto onnipotenza, che ha assuefatto e mitridatizzato abbastanza il Paese da potersi ormai permettere di tutto, ovunque, comunque” (Piovono rane, 8.3.2010).

Vespa, Panza, Gilioli – non so immaginarmi tre persone più diverse fra loro – concordi sullo stato di cose: Napolitano ha ceduto. Per uscire dall’impasse istituzionale (Vespa), per evitare una guerra civile (Pansa), perché impotente (Gilioli), secondo i gusti. Non c’è altra ragione? Ce n’è una che ho implicitamente configurato in due post di ieri.
Nel primo, ho citato una recentissima sentenza del Consiglio di Stato (Sez. VI, n. 8759 del 28.12.2009) per la quale “non può riconoscersi natura interpretativa alla disposizione che, riformulando in modo più chiaro ed appropriato una norma preesistente, la abroghi”
, e che inoltre dichiara incostituzionale tale disposizione se non “si limiti a chiarire la portata applicativa di una disposizione precedente, non integri il precetto di quest’ultima e, infine, non adotti un’opzione ermeneutica non desumibile dall’ordinaria esegesi della stessa”.
Nel secondo, ho riportato due passi del “decreto salvaliste” che così, secondo il parere del Consiglio di Stato, negherebbero la sua natura interpretativa e la sua legittimità costituzionale: “Le firme si considerano valide anche se l’autenticazione non risulti corredata da tutti gli elementi richiesti” (patente abrogazione della norma preesistente che fissa criterio del tutto diverso per definire autentica una firma); “La regolarità della autenticazione delle firme non è inficiata dalla presenza di una irregolarità meramente formale” (patente adozione di un’opzione ermeneutica del termine “regolarità” non desumibile dall’ordinaria esegesi dell’aggettivo “regolare”).
Ce n’è abbastanza – io penso – perché il giudice chiamato a decidere sull’ammissibilità dei ricorsi li possa rigettare. Contava e conta su questo, il Capo dello Stato? Sarà un giudice a dire l’ultima parola, e non necessariamente in favore della riammissione delle liste del Pdl?

Riprendiamo Bruno Vespa: La serata si è conclusa male, ma nella giornata di ieri Napolitano si è dimostrato favorevole a trovare una soluzione. Si è così distinto tra decreto «innovativo», che il Quirinale non avrebbe accettato e decreto «interpretativo» che verrà invece considerato con benevolenza. Ieri sera il Consiglio dei ministri ha scelto ovviamente la seconda strada per ottenere il risultato che avrebbe ottenuto con la prima”.
È possibile che, nel suggerire un decreto interpretativo, Napolitano abbia inteso rimettere alla magistratura l’ultima possibile interpretazione della legge 108 del 17.2.1968 dopo un decreto che di fatto non la interpreta ma la reinterpreta fino ad abrogarne i punti in base ai quali le liste del Pdl sarebbero fuori dalla competizione elettorale? Riporto uno scambio di battute tra Marco Pannella e Massimo Bordin (
Radio Radicale, 7.3.2010) che può in tal senso offrire una traccia.


Bordin: “In fondo, fino ad oggi, fino a qualche anno fa, la firma del Presidente della Repubblica sui decreti non impegnava il Presidente della Repubblica, impegnava il Governo. Era abbastanza scontato che qualsiasi decreto portasse la responsabilità politica del Governo, non del Presidente, che costituzionalmente irresponsabile e in qualche misura tenuto alla firma. Oggi la cosa è completamente cambiata di segno: sembra che il Presidente debba avallare…”.
Pannella: “No, vabbe’, però, un momento. Non è un notaio, […] non è solo una firma formale. Il Presidente della Repubblica, se ha un lontano fumus, un sospetto di non perfetta costituzionalità di un provvedimento…”
.
Bordin: “Be’, però la Costituzione parla di «manifesta [incostituzionalità]» non di «fumus»…”.
E senza dubbio è così.

È possibile che, nel rimettere all’ermellino l’ultima interpretazione della legge 108 del 17.2.1968, Napolitano sia stato più volpe che coniglio?

Pubblicato il 8/3/2010 alle 7.50 nella rubrica Diario.

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