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Se non vi convertite, ma anche se vi convertite

Hoppe, Ebner, Backhaus, Frei, Pesch… Sono in tanti – seppur fra le righe – ad aver rilevato i grossi limiti del Ratzinger biblista, che in fondo stanno tutti in uno: legge il testo da teologo e da canonista, accettando il metodo storico come presupposto, ma solo per piegarlo a una esegesi teologica e canonica. È un limite che psicologicamente e culturalmente viene dal modo in cui la tradizione ha letto il vangelo di Giovanni e che finisce per condensarsi nel discorso conclusivo al Sinodo sulla Parola (2008): “La conoscenza esegetica deve intrecciarsi indissolubilmente con la tradizione spirituale e teologica perché non venga spezzata l’unità divina e umana di Gesù Cristo e delle Scritture”.
Il testo non può mai prescindere dalla lettura che ne ha fatto la tradizione e dunque va tradito, se necessario, laddove l’evidenza di natura storica e filologica lo conduca altrove che alla fede, sicché tradere e tradire sono facce della stessa ermeneutica.
Un esempio? All’Angelus del 7 marzo, riguardo a Lc 13, 1-5.

Nel brano del Vangelo odierno, Gesù viene interpellato circa alcuni fatti luttuosi: l’uccisione, all’interno del tempio, di alcuni galilei per ordine di Ponzio Pilato e il crollo di una torre su alcuni passanti. Di fronte alla facile conclusione di considerare il male come effetto della punizione divina, Gesù restituisce la vera immagine di Dio, che è buono e non può volere il male, e mettendo in guardia dal pensare che le sventure siano l’effetto immediato delle colpe personali di chi le subisce, afferma: «Credete che quei galilei fossero più peccatori di tutti i galilei, per aver subito tale sorte? No, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (Lc 13,2-3). Gesù invita a fare una lettura diversa di quei fatti, collocandoli nella prospettiva della conversione: le sventure, gli eventi luttuosi, non devono suscitare in noi curiosità o ricerca di presunti colpevoli, ma devono rappresentare occasioni per riflettere, per vincere l’illusione di poter vivere senza Dio, e per rafforzare, con l’aiuto del Signore, l’impegno di cambiare vita. Di fronte al peccato, Dio si rivela pieno di misericordia e non manca di richiamare i peccatori ad evitare il male, a crescere nel suo amore e ad aiutare concretamente il prossimo in necessità, per vivere la gioia della grazia e non andare incontro alla morte eterna. Ma la possibilità di conversione esige che impariamo a leggere i fatti della vita nella prospettiva della fede, animati cioè dal santo timore di Dio. In presenza di sofferenze e lutti, vera saggezza è lasciarsi interpellare dalla precarietà dell’esistenza e leggere la storia umana con gli occhi di Dio, il quale, volendo sempre e solo il bene dei suoi figli, per un disegno imperscrutabile del suo amore, talora permette che siano provati dal dolore per condurli a un bene più grande”.

Rileggiamo: “Le sventure, gli eventi luttuosi, non devono suscitare in noi curiosità o ricerca di presunti colpevoli, ma devono rappresentare occasioni per riflettere…”, e su cosa, visto che ci è preclusa la ricerca delle cause? Sull’“impegno di cambiare vita”, sulla necessità della conversione, “per vincere l’illusione di poter vivere senza Dio” e imparare “a leggere i fatti della vita nella prospettiva della fede”.
In questa prospettiva che senso acquista l’essere sgozzati dai soldati di Ponzio Pilato? I galilei uccisi nel tempio di Gerusalemme e quelli morti sotto il crollo della torre di Siloe avevano forse “l’illusione di poter vivere senza Dio”? Non risulta: tutta gente molto pia e devota.
“Leggere i fatti della vita nella prospettiva della fede”, ma a questo punto pure il testo del vangelo di Luca, nel quale – pianamente – si legge: “Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. I convertiti scanseranno questo rischio? No. Infatti, sebbene Dio voglia “sempre e solo il bene dei suoi figli, per un disegno imperscrutabile del suo amore [che solo la fede può ricondurre al suo amore], talora permette che siano provati dal dolore per condurli a un bene più grande”. Convertirsi, dunque, non scansa dal perire come perirono i pii e devoti galilei: e allora che senso avrebbe il monito “se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”? Si fa riferimento a un altro genere di morte, opposto al quale sta la vita eterna? No, perché la lettera del testo recita “allo stesso modo”.

È chiaro che siamo dinanzi ad uno dei tanti passi evangelici in cui Gesù si contraddice, e la contraddizione si risolve solo nell’accettare come buono ciò che sfugge ad ogni logica umana, entro la quale perire quando non se ne ha voglia è male. Naturalmente la fede risolve questa contraddizione, e il “santo timore di Dio” le è indispensabile a risolverla, però – e questo è il punto – uscendo da ogni logica umana, inseguendo nel dolore “un bene più grande” sempre indimostrato.
Torna d’aiuto l’equipollente nel vangelo di Giovanni: “Passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?». Gesù rispose: «Né lui, né i suoi genitori. È così perché in lui si manifestassero le opere di Dio»” (Gv 9, 1-3).
Qui la contraddizione è sciolta nell’imperscrutabilità del disegno che opera fuori da ogni logica umana. Ma come è risolto il quesito che il testo pone al biblista? Da teologo, e infatti Benedetto XVI commenta: “In presenza di sofferenze e lutti, vera saggezza è lasciarsi interpellare dalla precarietà dell’esistenza e leggere la storia umana con gli occhi di Dio”. Lo storico potrebbe leggervi influenze essene o embrioni gnostici, ma figurarsi se un canonista può consentirselo: le opere di Dio vivono attraverso la sua Chiesa. Senza la sofferenza, la Chiesa a che serve? 

Pubblicato il 9/3/2010 alle 5.36 nella rubrica Diario.

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