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Io non andrei in piazza

Presentandosi al seggio a urne già chiuse o senza certificato elettorale o con un documento di riconoscimento non valido l’avente diritto al voto lo perde di fatto. Se non gli viene consentito di votare può strepitare che quello è un “sopruso”?
Vedo questo argomento rimbalzare tra blogosfera e social network, e lo trovo assai efficace: la questione si libera dal di più che avrebbe smarrito i semplici, i distratti e gli strafottenti nel groviglio tecnico di ricorsi e rigetti, fino a stramazzarli sotto il falsissimo dilemma formalismo/sostanzialismo.

Bene, non è il comune cittadino a dover prendere le difese del presidente del seggio, minacciato di esser strangolato dall’ormai non avente più diritto al voto (perciò sicuro di avere un diritto di riserva, quello di reagire al “sopruso” aggredendo i rappresentanti dello Stato): non spetta al comune cittadino, spetta al magistrato. Eventualmente alle forze dell’ordine, se il furioso esagera. La magistratura pensa anche a questo.
E fin qui il magistrato è stato fermo, chiarendo bene la questione (dura lex, sed lex). Peraltro neanche precludendo l’elezione di Formigoni e della Polverini.

Non si capisce che vogliano, questi smargiassi, con il ricorso alla piazza, il 20 marzo. Facessero, ma io non andrei in piazza sabato prossimo, rimarrei da comune cittadino a guardare come va a finire la storia, senza più dire neanche mezza parola, senza offrire occasioni al vittimismo di chi possa considerarmi parte in causa, con la magistratura dalla mia parte.
Si è presentato al seggio a urne già chiuse, senza certificato elettorale, con un documento di riconoscimento non valido: cazzi suoi, io l’ho solo segnalato, adesso la questione è tra lui e la magistratura.
Mi concentrerei sul sottolineare in modo pacato e anche un poco ironico, da tutti i canali a disposizione, che l’avente diritto al voto è un gradasso e un violento. Ai moderati non piacciono i gradassi e i violenti.

Pubblicato il 10/3/2010 alle 6.12 nella rubrica Diario.

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