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Smettiamo di chiamarlo vizio, sennò si vendica

“Gli statunitensi, come dice il mio amico ginecologo Luigi Castaldi, hanno desessualizzato il sesso e sessualizzato tutto il resto” (Mauro Suttora, No sex in the city, Ed. Cairo 2006). Ricordo d’averlo detto a cena, qualche anno prima.
Discutevamo delle significative differenze di gusti sessuali di qua e di là dall’oceano, e delle differenti nature della lusinga sessuale posta nelle differenti versioni della pubblicità dello stesso prodotto se per il mercato statunitense o per quello europeo. Concordavamo sul ritenere che queste differenze avrebbero fatto grande resistenza a ogni globalizzazione – “da femmina latina a donna americana non cambia molto, sai”, grande cazzata, per chissà quanto ancora – ma, come sempre, io mi spingevo oltre, per la tangente: anche quando non esplicitamente dichiarati (soprattutto quando impossibilitati a dichiararsi) – dicevo – i gusti sessuali tendono a desessualizzarsi, per diventare socialmente attivi (mimesis) e per sessualizzare le attività sociali (nemesis).
Il sesso – potremmo dire – va laicizzandosi: da dettato a opzione, da liturgia a linguaggio, da destino a viaggio… Si rende possibile la vendetta di ciò che è sempre stato censurato come vizio: desessualizzandosi, diventa attivo.
Vogliamo continuare a considerare vizio ciò che abbiamo sempre dovuto censurare per poterlo definire tale? Possiamo farlo, si è sempre fatto, ma attendiamocene mimesis e nemesis.

Ciò detto, non sarà difficile rispondere ad Angiolo Bandinelli che, afflitto dall’allusione di un pompino in qualche spot del Calippo, chiede: “Potrà mai gioire il laico constatando che non la virtù ma il vizio tiene in piedi la società?” (Il Foglio, 11.3.2010).
Bandine’, se non ti piace il Calippo, non lo comprare, ma evita di atteggiarti a portavoce della laicità: il vizio – sveglia! – non esiste. Conviene non esista. 

Pubblicato il 11/3/2010 alle 4.36 nella rubrica Diario.

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