La newsletter di zenit.org del 13.3.2010 è monotematica e raccoglie quattro lunghi interventi sul tema del celibato ecclesiastico, tratti da un recente Convegno teologico internazionale («Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote»), tenutosi a Roma nei giorni scorsi: (1) Stefan Heid, membro del Pontificio istituto di archeologia cristiana, si intrattiene sui profili storico-dottrinali della questione, mentre (2) Manfred Lütz, consultore della Congregazione per il clero, si intrattiene su quelli psico-spirituali; seguono le relazioni di (3) monsignor Willem Eijk, arcivescovo di Utrecht, sulle “esperienze di discontinuità” nella tradizione del celibato ecclesiastico, e del (4) cardinal Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, sull’“ermeneutica della continuità”.Quattro interventi per un totale di oltre 100.000 battute (oltre 15.000 parole) il cui copia-incolla (Georgia 10, interlinea 1) mi piglia 22 pagine di Microsoft Office Word. Da maciullarsi i coglioni, e però il tema del celibato dei preti è richiamato sempre più spesso nella discussione sull’impressionante numero di casi di abusi sessuali su minori ad opera di preti, che da un po’ di tempo a questa parte vanno venendo alla luce un po’ dappertutto: occorre maciullarseli almeno un po’.Per quanto mi riguarda, buttando via tutto il superfluo da questa enorme massa di chiacchiere, mi limiterò a estrapolare solo alcuni passi, qua e là. Sono quelli che, a mio parere, danno la migliore misura di cosa stia accadendo nella Chiesa cattolica a seguito della drammatica escalation di rivelazioni su ciò che ormai solo i ciechi possono definire “casi isolati”, giacché le dimensioni della pedofilia fra i membri del clero cattolico la configurano sempre più come “fenomeno”, come elemento connaturato, chiamando la Chiesa intera – pastori e pecorelle – a rendere conto delle cause e dei cattivi rimedi posti ad esso, almeno fino a ieri, domani chissà.
(2) Qui ci si intrattiene sull’aspetto psico-spirituale del celibato sacerdotale, dissertando in lungo e in largo sull’onere che sta in groppa al prete: troppo gravoso per consentirsi pure moglie e figli. E poi s’è visto – la storia insegna – che “in epoche di debolezza della Chiesa entrò in crisi anche il celibato [mentre] proprio nei movimenti ecclesiali nuovamente fiorenti esso gode nuovamente di grande apprezzamento”. Sottinteso che la cosa valga pure al viceversa, come dimostrerebbe “la crisi successiva al Concilio Vaticano II”: “fu nuovamente il celibato a finire sotto tiro” e di lì in poi la crisi di vocazioni svenò il clero.Salterei tutta la lunga parte in cui il professor Lütz porta attacco al laicismo, al nazismo, al machismo e a certa psicoanalisi d’accatto che nel celibato dei preti hanno visto solo una condizione morbosa, e passerei al punto in cui afferma: “Non eventuali anormalità sessuali sono il problema più frequente nella scelta e nella candidatura di nuovi sacerdoti, ma il narcisismo, giacché la «professione» del prete è per il narcisista una tentazione quasi invincibile. Rivestirsi di abiti da cerimonia e tenere prediche ad altre persone, prediche a cui non si può replicare, questo è per il narcisista addirittura il compimento di tutti i desideri”. Figuriamoci se è pedofilo, potremmo aggiungere. Sicché se “il celibato costituisce oggi come ieri, per uomini psichicamente sani, la chance di una vita spiritualmente animata, emozionante, vivace, piena di fecondità spirituale, e per la Chiesa un prezioso dono di Dio ad essa, per il quale noi certamente dobbiamo sempre nuovamente pregare”, preghiamo insieme al professore che i narcisisti con pulsioni pedofile scelgano un’altra professione.
(3) Monsignor Eijk non trova convincente la tesi di chi afferma che “l’identità sacerdotale ha cominciato a vacillare in seguito al Concilio Vaticano II”, ritiene che “questa crisi è cominciata prima” e individua il momento della “discontinuità dell’identità sacerdotale” nella confusione di ruoli tra chierici e laici, antecedente al Concilio e da addebitare – indovinate a cosa – alla modernità: è la modernità che ha provocato una “devalutazione della posizione del prete” e una “rivalutazione di quella del laico”. Colpa di tutto ciò che non va nella Chiesa, la modernità.
(4) Il meglio – come c’era da attendersi – dal cardinal Caffarra, che merita la citazione di ampi stralci: “Quale è l’identità permanente del ministero ordinato? […] La dimensione sacramentale dell’economia salvifica è il primo elemento. L’atto salvifico di Cristo non è una tangente che tocca la circonferenza della storia umana solo in un punto per allontanarsene subito all’infinito. Esso entra dentro la storia e vi rimane permanentemente presente. Non può essere solo ricordato: può essere realmente incontrato e fatto proprio. La presenza reale, perenne, duratura dell’Evento salvifico è assicurata dal sacramento. Il sacramento è precisamente la presenza di Cristo nella Chiesa, in forma di segno o di simbolo, nella modalità propria a ciascun segno o simbolo medesimo”, orpellosa perifrasi per dire: prete.“Il realismo della salvezza è il secondo elemento, strettamente connesso con quello precedente. La salvezza incontra realmente l’uomo nel sacramento e l’uomo la salvezza. Essa non è solo sperata, ma anche realizzata sia pure in forma incoativa. […] L’intrinseca verità del ministro sacerdotale è costituita all’interno della dimensione sacramentale della salvezza e del carattere realistico della redenzione. Questa costituzione è percepibile da un duplice punto di vista: dal legame fra ministero sacerdotale e sacramenti; dal rapporto fra la persona di Cristo vivente nella Chiesa e la persona del sacerdote”. Insomma, non è per mortificare gli svolazzi di Sua Eminenza, ma il prete è prete perché dice messa, ed è l’unico ammesso a dirla.Colta la continuità? Siete proprio degli zucconi, vediamo se così è più chiaro: “Nella santa eucaristia non è presente solo la grazia e l’opera della salvezza: è realmente presente Cristo stesso che si dona sulla Croce per la redenzione dell’uomo. Ma questa presenza non può essere realizzata senza un riferimento alla persona di Cristo: è lui stesso che la deve realizzare. Ovviamente non con una modalità percepibile dai sensi, ma nella modalità sacramentale propria dell’economia salvifica: sub signo”, dentro la tonaca. “La cifra dell’esistenza sacerdotale è la cifra eucaristica”: continuità di regola (ivi compreso il celibato) = continuità sacramentale. O vogliamo snaturare la santa eucaristia?
Coi coglioni maciullati, eccoci al punto: il prete non si può sposare, sarebbe troppo uguale a un laico. E se un prete è troppo uguale a un laico, a che servono più i preti? In più, un prete pedofilo somiglierebbe in tutto a un laico pedofilo, mentre – si sa – un prete pedofilo è più pedofilo che prete.