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Merce avariata / 34

[11.1.2004 - articolo pubblicato su Il Riformista] L'8 gennaio un simposio internazionale sul tema "Dignità e diritti della persona con handicap mentale", a cura della Congregazione per la Dottrina della Fede, è stato onorato da un messaggio personale del Papa. Vi si legge, tra l'altro: "Il presupposto per l'educazione affettivo-sessuale della persona handicappata sta nella persuasione che essa abbia un bisogno di affetto per lo meno pari a quello di chiunque altro. Anch'essa ha bisogno di amare e di essere amata, ha bisogno di tenerezza, di vicinanza, di intimità". Sul fatto che la parola del Pontefice riguardi qualsiasi forma di handicap, incluso quello mentale, non v'è alcun margine di dubbio: per Karol Wojtyla, amare ed essere amati sono condizioni che addirittura "riescono spesso a riequilibrare il soggetto con handicap mentale". E come non essere d'accordo? Come è immaginabile che il bisogno di amare e di essere amato possa essere negato a chicchessia?
Tuttavia, le parole scritte dal Papa in questa occasione sollevano più d'una perplessità in ordine ad una materia, quella sessuale, solitamente spinosa, quando affrontata a partire dagli insegnamenti della Chiesa di Roma. Quello che, in linea di massima, saremmo disposti a sottoscrivere ci interroga su più punti, se essi debbono proprio essere illuminati dalla Dottrina della Fede. A meno che, oggi, Sua Santità non voglia dare una particolare dispensa al pesante fardello di ingiunzioni e di divieti in campo sessuale che il Cattolicesimo solitamente carica sulla groppa del suo gregge, e, per di più, farlo per i portatori di handicap mentale, il messaggio sollecita molte domande dall'ardua risposta.
Per "educazione affettivo-sessuale della persona con handicap mentale" è da intendersi ciò che comunemente porta il soggetto all'unione sessuale, al coito? La Chiesa ha riconosciuto che essere omosessuali può essere naturale ed inevitabile; maternamente li perdona e li accoglie nel proprio seno, a patto che essi si astengano per sempre dal sesso. Il Papa ci invita a considerare naturale che il "bisogno di tenerezza, di vicinanza, di intimità" escluda il rapporto sessuale completo o che esso possa risolversi in sublimazione, anche per i portatori d'handicap mentale? Se pare difficile che tale teoria possa soddisfare un omosessuale, ancorché cattolico, ancor meno è credibile che possa essere facilmente accettata da chi include tra i suoi deficit mentali una difficoltà a gestire inibizioni di tipo complesso (morale, religione, ecc.). E' più facile credere il contrario, piuttosto. E dunque appare davvero singolare che Karol Wojtyla voglia concedere al portatore d'handicap mentale un diritto che porta spesso il soggetto ne è indenne a ciò che poi il Cattolicesimo considera "peccato". Quando, in un altro punto del messaggio, il Papa afferma che "il mondo dei diritti non può essere appannaggio solo dei sani", non si può che essere d'accordo, anche senza godere del dono della fede: è quello che le tecniche di fecondazione assistita, ad esempio, cercherebbero di assicurare agli sterili, se poi Santa Romana Chiesa non vi si opponesse. Anche qui, in materia di diritto "affettivo-sessuale" (per dirla alla Wojtyla), pur immaginando che anche per i portatori d'handicap mentale debba vigere il divieto di rapporti sessuali extra matrimoniali, il Papa intende dire che un affetto da autismo o da idiozia amaurotica o da psicosi abbia il diritto a rapporti sessuali? Si introdurrebbe, per così dire induttivamente, un diritto al matrimonio (il diritto al coito lo renderebbe dovere) che è negato agli omosessuali. Insomma, i malati di mente avrebbero diritto al sesso, al matrimonio, alla riproduzione e all'allevamento della prole, che sterili e omosessuali non vedono riconosciuti? Oppure: s'intende formulare una deroga al divieto di quella contraccezione (pillola, spirale, profilattico), cui la Chiesa si ostina ad essere contraria, se non per le suore missionarie in terra d'Africa? Si può ragionevolmente credere, altrimenti, che tutti i tipi di portatori di handicap mentale (regolarmente coniugati, ovviamente) abbiano sì il diritto a rapporti sessuali, ma che, per evitare gravidanze, siano invitati a usare il metodo Billing, approvato dalla Santa Sede? Nel caso di malattie psicomotorie può risultare assai arduo usare correttamente un termometro per la temperatura basale. Se non è così, saprà una coppia di catatonici allevare figli? Ci penseranno adeguati orfanotrofi gestiti da istituti religiosi predisposti allo scopo? Sarà necessario, come sempre, un finanziamento dello Stato? Sono domande superflue e inopportune, queste, di fronte alle urgenze etiche della parità dei diritti? Se sì, per quale motivo queste urgenze sono sospese per omosessuali e sterili? Tutte queste domande, sia chiaro, sorgono con cautela e rispetto, quasi con il timore di poter apparire odiosamente provocatorie. La stessa parola di Kalor Wojtyla sembrerebbe ammonirci a non sollevare dubbi in proposito: "Senza dubbio le persone disabili (...) sono una espressione del dramma del dolore e, in questo nostro mondo, assetato di edonismo e ammaliato dalla bellezza effimera e fallace, le loro difficoltà sono spesso percepite come uno scandalo e una provocazione e i loro problemi come un fardello da rimuovere o da risolvere sbrigativamente". Ma, in questo caso, l'unica cosa che appare sbrigativa è il modo con cui Sua Santità affronta il tema della sessualità dei portatori d'handicap mentali. La stessa sbrigatività con cui tante altre volte il Papato si è avvicinato ai temi della scienza, senza chiarire, senza sostenere, senza risolvere.

Pubblicato il 27/12/2004 alle 23.59 nella rubrica Merce avariata.

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