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Merce avariata / 37

"Gli uomini politici di tutti i partiti, persi ormai i loro connotati di un tempo, si abbandonavano nel benessere generale, artificiale, parafascista e au fond privo d'ideali, a una larghezza di vedute mai vista nel paese e a una spensieratezza confinante con una sorta di gaio rimbecillimento". E' un brano di Stanislaw Ignacy Witkiewicz, dal suo romanzo Insaziabilità del 1930. Nato a Cracovia nel 1885, fu pittore, fotografo, commediografo, romanziere ed antropologo. Si uccise nel 1939, probabilmente in preda ad una profonda crisi depressiva, scatenata dall'invasione della Polonia da parte dei russi o, per meglio dire, dei "mongoli", come li chiamava. Alludeva all'orda barbara che intravvedeva nel comunismo, temendone la brutale violenza e il mortale pericolo per la cultura europea, di cui si sentiva figlio. Insaziabilità è un romanzo unico nel suo genere, come il suo autore. Apparentemente è romanzo di formazione, ma con una potenza visionaria e allucinatoria che trascende dalla forma-romanzo, per imparentarsi ad opere come Ulisse e L'uomo senza qualità, senza averne mai goduto analoghe fortune. Intraducibile, a detta dei traduttori, l'opera fu stampata in Italia nel 1970 presso De Donato Editore e successivamente da Garzanti, nel 1973. Il linguaggio è caotico, a volte perfino fastidiosamente debordante, dalla parlata volgare del lessico quotidiano (arricchita dal bagaglio imagista della cultura popolare mitteleuropea e slava) alla citazione dottissima, aulica, iperspecialistica, con incursioni di neologismi bizzarri, pseudonotizie e stravaganze varie. Frasi da caserma e da circolo intellettuale, da lupanare e da setta cabbalica, da fiaba macabra e da apocalisse apocrifa. La storia (e qui il depistaggio verso il romanzo di formazione) è quella di un giovane nobiluomo polacco, Genezyp Kapen. L'azione si snoda in una Polonia (ma in realtà è l'Europa) d'un non precisato futuro, dove algidi cinismi intellettuali, cupe nostalgie metafisiche, devastanti effetti di droghe orientali, raffinate brutalità sessuali e caricaturali figure di artisti, generali, cortigiane e politici ingombrano la scena di una catastrofe che si percepisce imminente ed inevitabile. Alla rappresentazione della buffa agonia degli ormai inadeguati valori occidentali è contrapposta quella della cieca furia barbara che preme alle frontiere. Con esiti scontati per il giovane Genezyp e per il generale Kocmoluchowicz, ultimo baluardo che la decadente civiltà europea è capace di frapporre (e senza successo) all'avanzata dell'esercito del cinese Wang, l'impassibile. Di fronte al declino dell'occidente (fortissima qui l'eco di Oswald Spengler) e alla morte, Genezyp sceglie la follia, come unica scappatoia e salvezza, come unico modo di soddisfare quella Insaziabilità di vita che lo divora da sempre.

Abituati da parecchi decenni a leggere "romanzi in cui non accade nulla", il romanzo di Witkiewicz apparirà eccessivo in tutto a chi lo legge. Per questo motivo è da un bel pezzo che non vende e, a quanto mi risulta, Garzanti non lo ristampa. Io lo lessi intorno ai vent'anni, nel 1975. Ne fui entusiasta e cominciai a consigliarlo ai miei coetanei. Per un nesso forse solo cronologico, ma che nell'automitobiografia è diventato causativo, la sua lettura segnò il mio addio al Pci. Altri tempi, quando i libri cambiavano le persone! Adesso chiederete: "Ma può una recensione andarsene per la tangente fino a questo punto? E’ recensione?". Se avete avuto la bontà di seguirmi fin qui, potrete trovare la risposta a queste domande nei due brani che seguono. "La stessa anima che può guarire uno, può intossicare mortalmente un altro, far grande un terzo a dispetto della sua stessa volontà, e ingaglioffire un quarto fino alle fognature della psiche, riducendolo ad uno straccio fetido. E' terribile pensare che la bontà e il sacrificio di sé, la dedizione senza riserve a qualcuno, il dissolversi in qualcuno, possano risolversi, per l'oggetto di questi sentimenti e atti, proprio nel peggiore dei modi menzionati. Di gran lunga meglio sarebbe se le anime fossero altrettanto impenetrabili quanto le monadi di Leibniz, se tutto procedesse secondo una norma esterna ai fatti, una norma che non avesse la sua origine nei fatti medesimi. Ma tant'è: gli uomini tendono a penetrare gli uni negli altri, e questo è disgustoso". Impallidiscano tutti i Kureishi, tutti gli Houllebecq, tutti i Pynchon. "Tutto andava evolvendo verso una situazione che in termini polacchi rimane, ancor oggi, inesprimibile. Chissà, magari qualche sapiente, spiritualmente molto cinese ma capace, al tempo stesso, di vedere le cose da un punto di vista non cinese, potrebbe in futuro descriverle in inglese. Ma anche questo è improbabile". Impallidiscano tutti i Cioran, tutti i Ceronetti, tutti gli Sgalambro. Insaziabilità sarebbe proprio un libro da rileggere a settant'anni dalla sua uscita. Lo segnalo con particolare interesse.

Pubblicato il 7/5/2005 alle 0.29 nella rubrica Merce avariata.

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