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Merce avariata / 38

[25.2.2004 - pensando alle politiche del 2006] Se mai vi fosse stato dubbio, oramai non v'è più: siamo in campagna elettorale. Be', io odio le campagne elettorali. Questi di qua, quelli di là, e quelli sparsi qua e là – peggiorano tutti, vistosamente, senza quasi alcuna eccezione, volenti o nolenti. Più sono pesci piccoli e più puzzano, anche se pure quelli grossi non scherzano. Per quanto sia comprensibile, per certi versi indispensabile, io proprio non lo tollero. O meglio: lo tollero (sennò che fare?), ma con grande sofferenza. Non vorrei essere frainteso, so bene che polis e polemos non hanno a caso una comune radice. So anche che demos significa volgo e che kratia non ha nulla a che spartire con gratia. Ma, mi si biasimi quanto si voglia, all'abbrutimento del concetto in slogan, al rientrare della fronda nella falange, io soffro. Primum vivere, è ovvio, e in politica, se non si vince, si perde. Voler vincere è l'anima stessa della battaglia politica ed è naturale che in democrazia, dove vige la regola spietata secondo la quale ciascuno vale un voto, si cerchi di raccattarne più dell'avversario, in qualsiasi modo. Se so queste cose, perché soffro allora? Soffro perché, di qua e di là, vedo imbarbarirsi i miei amici (ne ho di qua e di là, come di qua e di là coltivo qualche antipatia). Fin'anche quelli prima miti e cortesi, e accade sempre in ogni campagna elettorale, son come piegati ad un sentito dovere di cui quasi sempre si pentono dopo, che abbiano vinto o abbiano perso col loro rispettivo schieramento: il dovere di farsi ciechi e sordi alle buone ragioni dell'altro.

[Nota a posteriori "Be', io odio le campagne elettorali...". Non so perché, invece, i referendum li trovo deliziosi. Davvero deliziosi, e per le stesse ragioni. Non so perchè.]

Pubblicato il 14/5/2005 alle 21.30 nella rubrica Merce avariata.

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