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Merce avariata / 39

                                
  
                                   
“PORCO!”

 

“Certo, la mamma era infinitamente buona con me,
ma per me ogni cosa si situava in rapporto a te,
vale a dire in un cattivo rapporto”
F. Kafka, Lettera al padre

(ted. volg.) davon hat kein Schwein etwas gesagt
= proprio nessuno ne ha parlato

 

 

Stavo cercando, nel sogno, un posto dove nascondere il cadavere di mia madre,  quando squillò il telefono. L’avevo fatta secca con una statuetta sulla nuca, un maialetto di bronzo. Fui costretto a lasciare il cadavere dov’era, uscire dal sogno e cominciare a cercare il telefono, perso chissà dove nell’indicibile disordine della stanza da letto. Era sotto il letto, come nei racconti dozzinali. Il solito nastro registrato:
“Porco, lo so che sei stato tu a uccidere tua madre. Ma, ricorda, non la farai franca”.
Già dalla prima volta avevo capito che si trattava di mio padre, certe voci non sono mai abbastanza ben contraffatte. Il vecchio non ragionava più da qualche anno e la morte di mamma – un ictus, altro che statuetta bronzo – aveva peggiorato le cose. Già al funerale aveva avuto la prima delle sue crisi più brutte e fu subito chiaro che sarei stato io a dover esserne il pretesto. Mi urlò in faccia che non avevo versato una sola lacrima, che ero un degenerato, un porco, e via sbraitando. Prima che lo portassero via un po’ sedato dal Valium, ebbe il tempo di spaccarmi un labbro con un pugno. Vennero così le lacrime che pretendeva. Grande come sempre, papà.
Non passarono lisce, le settimane. Il telefono mi squillava notte e giorno, senza regola. Il vecchio è sempre stato affascinante nelle sue vendette, anche prima che le arterie cominciassero a incrostarglisi.
Quella note aveva già chiamato una volta, intorno alle due. Pensai che dopo questa seconda telefonata mi avrebbe lasciato in pace. Sbagliavo. Intorno alle quattro, quando avevo finalmente sistemato il cadavere di mia madre in una cassapanca liberty, col maialetto di bronzo, il telefono squillò di nuovo. Questa volta, non era il solito nastro.
“Sei un porco, hai capito? Pensi che non lo sappia? Credi che non l’abbia capito?
L’hai uccisa tu, tua madre, l’hai uccisa tu, schifoso…”.
Decisi di non rispondere subito e rimasi in silenzio. Sentivo che ansimava per riprendere fiato. Riprese:
“Sei in mano mia ormai, non ti darò requie”.
“Papà – lo interruppi – ti prego, smettila. Così ti uccidi”.
Sentii un tramestìo all’altro capo del filo, e poi ancora la sua voce. Distorta, stavolta, prima se n’era dimenticato:
“Non sono tuo padre, idiota. Che idea. Tu non sai chi sono. Io, io so chi sei veramente, assassino, matricida, schifoso, porco”.
E mi chiuse in faccia la cornetta.
Pensai che, se le cose fossero continuate a quel modo, avrei dovuto cambiare numero. Ma il vecchio viveva da solo, avrei dovuto chiamare io, almeno una volta al giorno, incaricare qualcuno di avvisarmi di cosa avesse bisogno.
Il vecchio non avrebbe mai accettato di andare a vivere con mia sorella che viveva col marito e i figli “in una città di merda”, diceva lui – e non aveva tutti i torti. Di venire a vivere con me, era fuori discussione.
“Sotto lo stesso tetto, con te? Mai, porco assassino”.
In realtà, non avrebbe lasciato mai la sua casa e, ora che mamma era morta, vi s’era ancora più attaccato come se lei ancora l’abitasse. Mi sembrava di poterlo vedere, mentre posavo la cornetta del telefono, fare il mio stesso gesto alla sua scrivania, infilarsi i pugni stretti nelle tasche della vestaglia, gironzolare tra il bagno e la libreria, nelle pantofole che mamma gli aveva regalato all’ultimo o al penultimo compleanno. Mi sembrava di poterlo sentire, addirittura, in quei borbottìi che da bambino m’erano sembrati il rumore dei suoi pensieri, ora forse la spenta eco di una demenza dai toni epici, alteri, quasi militareschi.
Sapevo che non avrebbe rinunciato alla sua molestia, lui stesso non sapeva quanto gli fosse utile. Dovevo cambiare numero al telefono, mi dissi.
Ben altro uomo, il vecchio, prima del marasma. Il sogno che avevo fatto quella notte si ripeteva, uguale sempre, da alcuni giorni. Era la più ovvia conseguenza di quelle telefonate. La mia porzione profonda (mi rifiuto di chiamarla “inconscio”, i termini della psicanalisi mi sembrano tutti troppo buffi) – la parte profonda – quella che non si permetterebbe mai di chiamare “vecchio” il proprio padre – quella, insomma – doveva aver incassato male il colpo. Quel maialetto di bronzo nel sogno non era forse il “porco” col quale iniziavano e finivano le sue telefonate? Ecco, mi dicevo nel profondo, il “porco” ha davvero ucciso tua madre.
Quella voce contraffatta al telefono faceva risuonare, nel profondo, una musica – o un battito, non saprei – che avevo ascoltato mille volte e che non avrei saputo ripetere. Quasi una chiave wagneriana – ma sono certo di non sapermi spiegare. Era una musica, un ritmo, che pulsava attorno all’uomo altissimo (tutti altissimi gli adulti per i bambini, no?), adorato dalla adorata moglie, dai baffi importantissimi, dalla misteriosa pipa. Un violoncello, forse. Appena più lontano, quando si rivolgeva ai domestici, al mondo, agli amici in visita, che si addolciva solo quando parlava con mamma.
Crescendo, avevo imparato chi fosse quell’uomo. Il grande professore, il pensatore che aveva allevato tre generazioni di intellettuali, che una volta aveva preso a schiaffi un capitano della milizia che gli aveva puntato al petto una pistola per impedirgli di far lezione all’università, che aveva tenuto lezioni su Locke e Leibniz tra le barricate in fiamme, che aveva conosciuto il confino e l’esilio per non aderire al dettato del suo secolo imbestiato d’un tratto, che era passato imperturbabile tra le lodi al ritorno, che aveva rifiutato un seggio in parlamento con motivazioni che avevano fatto piangere gli onorevoli senatori. Che violoncello, il vecchio.
Mi venivano alla mente, ora, certe pagine di Franz Kafka, nelle quali il padre – minaccioso, oscuro, insensato come il Dio degli Ebrei – emetteva per il figlio un verdetto senza appello, crudele, per colpe inverificabili, senza un nome di fattispecie penale. Pensavo alla storia del delitto di lesa maestà, punito sempre più terribilmente dell’incesto. Pensavo, infine, a quanto tempo ci sarebbe voluto per ottenere il cambio del numero telefonico. E intanto mi chiedevo: perché io, papà? Perché non l’edicolante sotto casa, perché non la signora Carolina, la migliore amica di mamma, perché non tu stesso, o mia sorella? Perché avrei dovuto ucciderla io, la mamma? I figli ammazzano i padri, si sa, o almeno tentano di farlo. Più spesso sublimano il parricidio o lo degradano a tic, scelgono mogli che li tortureranno come mamme torturatrici, desiderano la donna altrui. Ammazzano, sì, la mamma talvolta – ma è per sbaglio, per un abbraccio un po’ più forte, un bacio velenoso, un cuscino sulla faccia. Ti risulta – avrei voluto chiedergli – che ci fossero ragioni di questo sbaglio, nel mio caso? Perché proprio io?
Mi diedero il 587.24.22, ci misi una settimana per mandarlo a memoria. E intanto passarono giorni sereni, col telefono muto, ricominciai a dormire, recuperai il sonno perso, il sogno ora era diverso. C’era sempre una cassapanca liberty, e io sapevo cosa ci fosse dentro, ma ero calmo, sorridente, seduto su quel sarcofago fin de siecle. La mattina, prima di andare al lavoro, telefonavo a mio padre. Sentivo il suo “pronto”, cercavo di capire dal tono di quell’unica parola come se la passasse, se avesse bisogno di qualcosa oltre quello che gli facevo portare a casa dalla mia segretaria. E subito riattaccavo. A un così povero gesto s’era ridotta la mia pietas filiale? Mi sentivo un verme e non sapevo fare altro.
Non durò molto. Una mattina, alla mia solita telefonata, la cornetta cominciò a vomitare odio.
“Porco, lo so che sei tu. Che vuoi, schifoso? Perché mi importuni? Non chiamarmi più, assassino”.
Dovevo smettere di telefonare per qualche tempo.
Lo risentii qualche mese dopo. Aveva lasciato un messaggio sulla mia segreteria telefonica, una novità che m’ero imposto non so neppure io perché. Chi gli avesse dato il numero era mistero.
“Porco – iniziò – è l’ultima volta che senti la mia voce. Ho deciso di morire, perché la vita mi è intollerabile senza la compagnia di tua madre. Me l’hai uccisa, porco schifoso, e forse sapevi che così avresti ucciso anche me. Mentre ti lascio questo messaggio, immagino la tua faccia quando l’ascolterai. Immagino che trasecolerai, fingerai chissà che angoscia. Porco schifoso, sei bravissimo, tu, a fingere, a ingannare te stesso e gli altri. Ne esci pulti da questa storia, vero? E chi mi crederà mai, chi mi ha creduto finora? Ti basterà distruggere la cassetta con questo messaggio, partecipare a un altro funerale. Hai vinto. E immagino che sarai contento, adesso, vero? Vorrei soltanto chiederti un favore, porco. In quella cassapanca liberty dove hai nascosto il cadavere di tua madre dovrebbe esserci abbastanza posto anche per me. Vorrei che al prossimo sogno tu mi mettessi lì dentro, con tua madre, con la statuetta di bronzo che sai e con la pistola che mi troveranno accanto. Ecco, è tutto, porco schifoso. Addio”.
Rimasi di pietra. Come faceva a sapere della cassapanca liberty, del maialetto di bronzo – come faceva a sapere del mio sogno? Non ne avevo fatto cenno ad alcuno. Mi ricordai d’aver letto da qualche parte che i barbiturici dànno sonni sereni e senza sogni. Andai nel bagno e ne ingoiai trentasei compresse. Bevvi dalla bottiglia tre o quattro lunghe sorsate di cognac, mi spogliai e mi misi a letto.

[2000]

Pubblicato il 26/5/2005 alle 2.42 nella rubrica Merce avariata.

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