UN ALTRO JOSEPH PUJOL a Rolli, una che ha capito a Geppi Nitto, che capito ancor non ha Avete presente Joseph Pujol? Non voglio imbarazzarvi, non scervellatevi. Presi come siete dai vostri studi di macroeconomia, di geopolitica e di linguistica, potreste far confusione, già mi par di sentire, “un discepolo dello Chabod?”, “quello della ‘teoria del nistagmo delle civiltà’?”, “il diplomatico della Santa Sede in Brasile cui Gonçalves de Magalhâes dedicò una raccolta di poesie?” o che ne so. No, lasciate stare, con lo spessore intellettuale che vi ritrovate è difficile che possiate sapere chi fosse Joseph Pujol. Pujol era il prodigio che la Bella Epoque immortalò col nome di “Le Pétomane”. Sì, quella pellicola con Ugo Tognazzi del 1983, regista Pasquale Festa Campanile, era ispirata ad un fenomeno davvero esistito in carne, ossa e gas intestinali, ovviamente. Non conoscevate neppure il film con Tognazzi, vero? E io lo sapevo (cfr. lo spessore intellettuale di cui sopra). Ma, via, almeno avrete visto “Le Pétomane: Fin de Siecle Fartiste” (Igor Vamos, 1998), un commovente documentario con diversi spezzoni di film muti d’epoca, nei quali Pujol dà il meglio di sé. Nemmeno? Vabbe’, nessuno pretendeva la perfezione, fa lo stesso (però, che cazzo, vi facevo un po’ più eclettici!). Sia come sia, Pujol era un artista – che dico, artista – un geniale artista, e solo chi tra voi è segnato senza scampo dal pregiudizio in campo musicale potrà storcere il muso a sapere che il suo strumento musicale era lo sfintere anale. Bacereste, vero, i polpastrelli di Nicolò Paganini? Tocchereste con venerazione le guance di Miles Davis, lo so. Epperò la vostra sensibilità, cariata dal senso comune, ha un moto di sdegno al pensiero che Pujol, col suo solo culo, era capace di eseguire spartiti interi, con grande incisività nei Crescendo e ineguagliabile finezza nei Con Dolcezza. Pensatela come vi pare, ma il fatto che anche voi ogni tanto facciate una scorreggia e manco sapreste dire in che tonalità, non toglie nulla al fatto che Pujol sia stato un genio – finora inarrivabile, manco a dirlo. A che proposito ho qui per voi cantato le lodi di Joseph Pujol? A proposito di un nostro contemporaneo che con strumento analogo, ma non simile – no, davvero simile, quello, no – riesce a trarre armonie stupende, pur se partendo da materia altrettanto vile. Prendete ora un materiale altrettanto vile, chessò, “la donna che abortisce è sempre puttana, dentro” oppure “hai goduto, troia, e adesso non vuoi neppure soffrire un pochetto?” – certo, robaccia, ma l’avevamo detto: materiale vile. Prendete questa robaccia, dicevo, e datela a Giuliano Ferrara, ché ne faccia il suo bell’editoriale del lunedì. Sentite che melodia. “Dolore psicologico e dolore fisico mescolati insieme in un più grande dolore ontologico… Lo scandalo diventò evangelicamente pubblico… La seriale e asettica soppressione di molti milioni di vite… La Ru486 o pillola abortiva o aborto chimico o kill-pill dimostra che la legislazione pro choice è moralmente fallita…” (Il Foglio, 26.9.2005). Cosa davvero degna di un gran “oooh!” era nel 1889, al Moulin Rouge, ascoltare Joseph Pujol in una Polacca, in un Valzer o, consentite l’ovvio, in un’Aria. Cosa altrettanto degna di un gran “oooh!” questa musica che esce dal Foglio. In comune, però, lo sgradevole effetto collaterale. Sulle note un gran fetor di merda.